domenica 24 febbraio 2019

Jens Besser arricchisce la Street Art di Acquedolci.


“Il noto artista della Street Art tedesca è in Sicilia ed è stato intercettato dalla ProLoco grazie alla elevata notorietà di Acquedolci nel mondo della Street anche per il valore di diversi artisti locali. Per Acquedolci è un onore potersi fregiare di una sua opera per cui gli abbiamo riservato un luogo privilegiato: quello del complesso scolastico di Via Diaz...” così l'Assessore Giuseppe Reitano. La passione per l'Arte e la vicinanza a diversi artisti fa sì che il tam tam delle rete raggiunga anche me, segnatamente grazie a Giovanni Prinzi, figlio d'Arte, e giovane artista rampante anch'egli. E' calma piatta Scirocco d'Inverno quando incontro 


Jens Besser in compagnia di un'altra artista tedesca, Cassedy Richter, e di Angelica Parollo ed Alfio Manasseri della nostra ProLoco: un quartetto giovane e sorridente. “Per noi è un anticipo o anche una apertura precoce di questa estate che sarà dedicata al 50° di Acquedolci...” Così Alfio Manasseri. La breve e simpaticissima intervista con Jens è invece in tedesco e qui in traduzione. “Sei di Dresda, come sei arrivato qui ad Acquedolci?” “Ero in Sicilia, a Catania con “i Briganti” e poi a Palermo con “i Caravanserrai”, Studio Picca, poi 


per la notorietà di Acquedolci in rete nel mondo Street Art siamo entrati in contatto, circa due settimane fa ho inviato uno schizzo dell'opera e, dopo l' OK, eccomi qui” “Un aneddoto su di te o sulla tua Arte, una connotazione, un modus, una definizione...” “Non so, mi piace viaggiare, e viaggiare per me significa il treno o anche la bici. Il treno appare anche nelle mie opere. Mi piace lasciare una traccia di me nei luoghi in cui sono passato. La mia Arte nasce così...” “Un Artista Itinerante, dunque” “Senz'altro 


anche ma non solo questo” “La bellissima opera che hai appena terminato sembra raffigurare proprio questo: il nascere dal treno, dunque dal Viaggio, del tutto, la cultura, la scienza, la tecnica, il Mondo... ma allora il blu sono il mare ed il cielo di Sicilia e la sfera al centro il Sole?” “E' una bella interpretazione, tuttavia i colori sono molto vivaci e scelti per questo in funzione del clima soleggiato... in Germania avrei scelto colori più soft a causa di una minore esposizione. Questi sono stati scelti anche in previsione di un effetto cromatico diverso tra qualche anno.” “E' bellissima già così e, personalmente, spero che si conservi così” “Sarà bellissima anche tra qualche anno” 


Cassedy, la tua amica?” la risposta è corale: “Siamo due artisti ed amici, viaggiamo insieme” “Tu dipingi pure?” “Sì, la mia opera è di là, per me quella con Jens è una esperienza importante”. Ci raggiungono Alfio Manasseri, Giuseppe e Giovanni Prinzi ed abbiamo giusto il tempo di una foto prima della partenza di Jens e Cassedy. “Un calorosissimo grazie di cuore da parte di Acquedolci e... buon viaggio” “Grazie e, un Grazie ad Acquedolci”.
francesco latteri scholten.

venerdì 15 dicembre 2017

Ex alunni di Ciro Michele Esposito: Pirandello e le maschere di Giuseppe Prinzi.


Ha preso l'avvio, il 10 u.s. a palazzo Armao in Santo Stefano di Camastra, “Pirandello e le maschere” del Maestro Ceramista Giuseppe Prinzi. I traguardi sono ambiziosi: essere la prima tappa di una mostra itinerante in occasione del 150° anniversario della nascita (ma il 10 dicembre è l'ottantunesimo anniversario della morte) del grande autore girgentino; lasciare un'opera ispirata a “Pirandello e le maschere” a Kaos c/o Agrigento nella casa natale di Luigi Pirandello. Classe '62, Giuseppe Prinzi, non è stato alunno diretto di Ciro Michele Esposito, suoi professori sono stati Ignazio Orifici per il disegno dal vero, Rocco Famularo per la pittura, Salvatore Mirenda per il tornio, Giovanna Franco per la modellazione. Ciro Michele Esposito tuttavia, un gentiluomo di altri tempi, è però un riferimento di grande umanità, uno straordinario riferimento artistico, e, soprattutto, il coordinatore e l'indirizzatore delle linee artistiche della scuola. La linea e le forme, la cura dei particolari insieme alla 


considerazione dell'opera nella sua totalità sono il lascito prezioso di Ciro Michele, insieme alla vicinanza umana a tutti: “quando già lavoravo – ricorda Giuseppe - veniva a trovarmi al mio laboratorio”. La tecnica preferita di Prinzi è la stessa di Ciro Michele: “a gran fuoco”. I colori sono invece il verderame, il manganese, gialloarancio e malto opaco. All'occasione non sono disdegnate anche tecniche particolari come il “terzo fuoco” usato per il piccolo grande capolavoro “Malinconia” in platino e oro. L'ideale ispiratore artistico di Giuseppe Prinzi è collocato “oltre”, oltre una realtà la cui riproduzione ormai è ambito della perfezionatissima fotografia. Un “oltre” in cui ritroviamo il grande Giorgio De Chirico, ma in De Chirico abbiamo spesso il richiamo alla classicità artistica, specie greca ed in Grecia a Volo De Chirico era nato, ed una parentesi classicistica michelangiolesca ha avuto negli anni '80 anche Giuseppe Prinzi. L' “oltre” accosta 


artisticamente Prinzi a De Chirico, ma anche all' “oltre” la realtà, che è spesso maschera come vuole Nietzsche, il grande Filosofo tedesco formatosi alla stessa Università e facoltà di Pirandello: la “Friedrich Wilhelm Universitaet” di Bonn, facoltà di Filologia. Prima che a Bonn, da ragazzo Pirandello è passato da S. Stefano di Camastra ed è rimasto impressionato dal fumo delle fornaci e dalle giare che si producevano al punto di ispirarsene poi per l'omonima novella: “ne aveva ordinato a tempo una sesta più capace a S. Stefano di Camastra, dove si fabbricavano: alta a petto d'uomo, bella panciuta e maestosa, che fosse delle altre cinque la badessa”. Da qui l'iniziativa di Annunziata Fratantoni di fare dei volti per il 150° della nascita e quindi il coinvolgimento di Giuseppe Prinzi da sempre grande estimatore: “di Pirandello mi ha sempre colpito il valore etico: il suo essere sempre stato vicino alla moglie 


anche quando questa è divenuta malata; l'approccio con le persone ed il suo metterne in luce l'idiosincrasia tra la realtà e la maschera; l'incapacità spessissimo di essere sé stessi e perciò assumere maschere, salvo poi non essere capaci neppure di una coerenza con queste...”. Nel trittico realizzato da Prinzii volti – osserva Annunziata Fratantoni - sembrano tenuti simbolicamente insieme dal collante alchemico sollevato al cielo dal misterioso Zirafa e ci conducono in vortici lineari e pluridirezionali alla freudiana immagine maschera di Pirandello” La passione per l'Arte, l'Istituto d'Arte “Ciro Michele Esposito”, Santo Stefano di Camastra e Pirandello accomunano Giuseppe Prinzi a suo figlio Giovanni, recentemente licenziatosi Incisore all'Accademia delle Belle Arti di Palermo: l'ultima di copertina della brochure di 


presentazione è sua ed è decisamente un capolavoro. China ed acquarello secondo l'insegnamento del Maestro Sandro Bracchitta, ed i colori preferiti di Giovanni: rosso arancio e giallo. Altamente professionale la rifinitura e bellissimo l'esito. Infine, a livello amministrativo, va ricordato il contributo della Consigliera Nina Mingari. La mostra a palazzo Armao è in contemporanea a quella dei presepi ed aperta sino al 31 gennaio.
francesco latteri scholten.

sabato 9 settembre 2017

Albrecht Durer e Jean Paul Sartre: c'è un volto di donna all'origine di una grande Filosofia.


C’è un volto di donna che sempre accompagna un uomo che Va.‭ ‬E‭’ ‬quanto sappiamo da una donna,‭ ‬una grande donna,‭ ‬una grande scrittrice ed una grande filosofa:‭ ‬Simone de Beauvoir,‭ ‬compagna di Jean Paul.‭ ‬Lo sappiamo da uno dei volumi della sua celebre autobiografia,‭ ‬schizzo di un’intera epoca:‭ "‬La force de l’age".‭ ‬E‭’ ‬lei che ci partecipa anche l’origine e l’evolversi tanto del pensiero del filosofo del Novecento quanto del proprio.‭ ‬Il concetto cardine della 


filosofia sartriana derivante da Husserl‭ ‬-‭ ‬quello dell’intenzionalità‭ ‬-‭ ‬che Sartre ha conosciuto grazie all’amico Raymond Aronne,‭ ‬il grande sociologo,‭ ‬e che svilupperà a suo modo ne‭ “‬La trascendance de l’ego‭” ‬e soprattutto ne‭ “‬L’essere ed il nulla‭”‬,‭ ‬deve molto,‭ ‬tantissimo,‭ ‬ad un volto di donna.‭ ‬Non si tratta però di quello della sua compagna,‭ ‬ma un altro,‭ ‬un volto celeberrimo,‭ ‬da alcuni definito‭ “‬metafisico‭”‬,‭ ‬quello della‭ “‬Melancholie‭” ‬di Durer.‭ ‬E‭’ ‬in questo volto che il giovane Sartre riconosce la connotazione fondamentale 


dell’esistere dell’uomo:‭ ‬l’incompiutezza.‭ ‬L’uomo è l’essere che non è e non può essere fondamento a sé stesso,‭ ‬se lo fosse sarebbe Dio.‭ ‬L’uomo è strutturalmente intenzionalizzante,‭ ‬ma ciò che conosce può conoscerlo solo in quanto intenzionalizzato.‭ ‬Ma egli è per natura intenzionalizzante cioè trascendente,‭ ‬ma perciò stesso necessariamente strutturalmente libero e perciò responsabile.‭ ‬Può però conoscere il mondo,‭ ‬gl’altri,‭ ‬e perfino sé medesimo solo intenzionalizzandoli,‭ ‬perciò oggettizzandoli,‭ “‬pietrificandoli‭“‬.‭ ‬E‭’ ‬perciò impossibile 


all’uomo il fondarsi su di sé.‭ ‬E l’uomo ha coscienza di ciò.‭ ‬Ha coscienza,‭ ‬come già per San Tommaso d'Aquino,‭ ‬della propria finitudine.‭ ‬L’uomo è strutturalmente volto e alla trascendenza e alla fondazione:‭ ‬è questa la sua‭ “‬passione‭”‬.‭ ‬La Malinconia è tutto questo.‭ ‬Questo è l’espressione metafisica di quel volto.‭ ‬E‭’ ‬un volto che ha a lungo impegnato il pensiero del giovane filosofo,‭ ‬al punto che ad esso era dedicato il titolo del più celebre dei suoi romanzi,‭ ‬


originariamente‭ “‬La Melàncholie‭”‬,‭ ‬ma fu poi l’editore Gallimard ad imporre il titolo con cui esso sarà per sempre conosciuto:‭ “‬La Nausée‭”‬.‭ ‬Nel‭ ‬2005‭ ‬ne ho acquistato una copia.‭ ‬L’editore‭ ‬-‭ ‬sempre Gallimard‭ ‬-‭ ‬ha forse voluto rendere successivamente un omaggio a Jean Paul:‭ ‬la copertina,‭ ‬sotto il titolo,‭ ‬porta a piena pagina l’immagine dipinta dal pinctor optimus,‭ ‬l’immagine che fu all’origine dell’opera,‭ “‬La Melancholie‭”‬,‭ ‬appunto.
francesco latteri scholten

venerdì 11 agosto 2017

I Frutti Di Mille Metri Di Tela in esposizione al Castello Gallego di S. Agata di M.llo (ME).


Il buon lavoro dà sempre buoni frutti, così anche per “Mille Metri Di Tela Per 1.000 sorrisi” tenuta nel maggio u.s. sul bel lungomare di Sant'Agata di Militello grazie all'impegno di Rosy Piscitello e dell'associazione “Parole e Colori”. Studenti, ma anche bambini, ragazzi ed appassionati di ogni età hanno potuto dipingere, insieme ad Artisti noti, ben mille metri di tela. La partecipazione è stata entusiasmante per tutta la popolazione della ridente cittadina marinara nebroidea. La qualità del lavoro svolto è stata notevole e così “Parole e Colori” ha pensato bene di esporre adesso, dal 2 al 12 agosto, a Castello Gallego nella centralissima piazza 


Municipio, quanto prodotto a maggio. Si tratta perciò letteralmente de “I Frutti Di Mille Metri Di Tela”, da cui anche l'intitolazione della mostra. Fa caldissimo ed entriamo per caso. L'accoglienza, come sempre a Castello Gallego è calorosa, il percorso indicato da una significativa tela di 60 metri segnata da 100 passi, quelli che separavano la casa di Peppino Impastato da quella del Boss mafioso che lo fece poi assassinare. Dunque un percorso non solo artistico ma anche di riscatto culturale e di crescita e maturazione personale, di cui molte opere sono 


testimonianza diretta. E' Rosy Piscitello in persona ad illustrarci le opere e darci notizia di alcuni artisti. Tra le tante molto belle, è particolare e densa di significato quella di Chiara e Sara Visalli, vincitrice del primo premio, seguita a ruota da quelle di due studentesse della Scuola d'Arte di Santo Stefano di Camastra, oggi Liceo Artistico Ciro Michele Esposito in onore del Maestro: Martina Rubino (seconda classificata) ed Erika Merlu (terza). Ho avuto il privilegio e l'onore di aver conosciuto personalmente Ciro Michele Esposito e di averne potuto studiare anche l'opera e, alla luce di questo non esito: Ciro 


Michele avrebbe fatto la stessa scelta, lo stile delle opere sarebbe stato pienamente di suo gradimento, per tutte e tre. Parole di elogio a Rosy Piscitello anche dalla mia accompagnatrice Dott.sa Nicoletta Latteri della Commissione Cultura di Roma. Una mostra che vale la visita con tante opere pregevoli, anche in vendita per finanziare il proseguio del tanto lavoro.
francesco latteri scholten

lunedì 19 giugno 2017

Santo Stefano di Camastra, Ciro Michele Esposito: caduta del fascismo e ascesa artistica.


Sono messe in disparte con la caduta del regime fascista le tesi di Cesare Lombroso, oggi peraltro totalmente destituite di qualsiasi valore scientifico. Esse volevano costruire una sorta di nuova fisiognomica partendo dal presupposto che i criminali mostrino caratteri somatici peculiari ed atavici, prova della degenerazione di un gruppo umano. Questi caratteri sarebbero ben ravvisabili anche in poeti, artisti e letterati appartenenti al simbolismo, all'espressionismo e ad altre correnti artistiche tutte non fasciste doc. Le loro opere, ovviamente, prova di questo. Ecco come dunque l'arte di tipologia moderna va ad identificarsi con quella di Domenico Rambelli e quella classica con gli autori quattrocenteschi. E, l'espressione somma in cui tutto culmina , è la “Testa del Duce”. Dal Lombroso la concezione è ripresa da 


Max Nordau e con lui da Adolf Hitler in persona. .. Con la caduta del nazifascismo ed in anni successivi con la dimostrazione della falsità degli assunti del Lombroso cade la presunta verità che sosteneva tutta quella concezione artistica. Rifiorisce l'Arte e gli Artisti, specie quelli messi in ombra o addirittura perseguitati dal regime. Nella Sicilia nebroidea il nome che si impone, specie nel settore ceramico, è quello di Ciro Michele Esposito. Talento grande della Scuola di Faenza, pupillo di Ballardini, ma destinato alla allora disastrata Scuola di Santo Stefano di Camastra, per di più senza stipendio. Sul piano tecnico e qualitativo le opere Ciro Michele sono senz'altro superiori a quelle di un Rambelli, o di un Bucci, ovvero dei suoi Professori di Faenza. Esse però sul piano estetico ed espressivo richiamano, tramite 


Maurizio Korach (suo Maestro, sempre a Faenza e che sarà tra i partigiani), tipologie mitologiche o addirittura junghiane : imperdonabile per le concezioni lombrosiane. Già nel 1947, alla Fiera di Messina, lo straordinario valore tecnico qualitativo e la bellezza artistica diversa cominciano a fare scalpore. Da allora inizia un crescendo inarrestabile che le qualità umane ed il senso civico di Ciro Michele rifiutano di avocare a sé, ma che egli, naturaliter, estende agli altri artisti: professori, alunni, a tutta la Scuola. Il successo è per i Nebrodi con il riconoscimento ufficiale della Scuola d'Arte nel 1951. La capacità di dare forma a tipologie e connotazioni universali, in unione a tecniche particolari di 


trattamento delle colorazioni con metalli pesanti (soprattutto il Cromo) e l'uso della diversa possibilità di ossidazione con la tecnica a “Gran Fuoco” si estrinsecano in capolavori unici: “Bombolo mascherone”, simbolo di ridente solarità; la bellissima “Maternità” (esposta alla Fiera di New York del 1952 e poi al Modern Art Museum sempre di NY) e “Sogno di maternità”; “Gallo Sole”, una delle preferite di Ciro Michele, con cui amava farsi fotografare; la stupenda “Leda con il cigno” … Sono opere dal fascino irresistibile che sucita una attrazione che varca presto le frontiere non solo provinciali e regionali, ma anche quelle nazionali. C'è ammirazione alla Fiera internazionale di Francoforte e di Toronto del 1952. La Fiera internazionale di New York dello stesso anno, una delle edizioni più celebri 


di questa manifestazione, che segnerà il lancio di Andy Warhol o delle immagini iconiche di Marylin Monroe, ne decreta non solo il successo, ma affascinata, tratterrà ancora per qualche tempo “Maternità” ed altre opere presso il Modern Art Museum...
francesco latteri scholten

mercoledì 1 marzo 2017

Roma: la Street Art a Riva Ostiense ed al Gazometro




La Street Art, divisa nei suoi due grandi rami dello «Yarn Bombing», che utilizza filati fatti a mano, prevalentemente uncinetto, e del graffitismo, nata in maniera spontanea nel tentativo di abbellire zone spesso in abbandono o di colorare 




la freddezza cemetifica delle realtà architettoniche moderne, comincia a farsi notare ed apprezzare come Arte nella Parigi degli anni '90, grazie ad artisti quali Stak, André, Honet e tanti altri. in Italia il fenomeno si espande soprattutto a partire dal 2000, significativamente a Milano, Bologna e Roma. 


Sono Sten & Lex, pionieri dello «stencil graffiti», attivi dal 2001 nella capitale a segnare la tecnica normografica. Sempre nella Capitale, nel 2010 nasce il MURo (Museo Urban Art di Roma), fondato da David Vecchiato, in Arte Diavù, caratterizzato, proprio come la Street Art, dall'essere 


integrato nella realtà e nel tessuto sociale e dal «Site specific», ossia dall'essere creato anche per far relazionare gli artisti con la conformazione e la storia del luogo:interpretare lo spirito dei luoghi essere condiviso con i cittadini. A partire da «Roma Capitale» la Street Art è 



integrata nella realtà culturale dell'Urbe ed è disponibile una mappa dedicata con percorsi in territori di 13 dei 15 Municipi, 150 strade e 330 opere di artisti stranieri, Clemens Behr, Herbert Baglione, MOMO, ed italiani Hitnes, Alice Pasquini, Sten Lex, Agostino Iacucci, Jerico. C'è ormai anche la mappa 


Roma street art con percorsi in territori di ben 13 dei 15 Municipi, integrato nel progetto Roma capitale , 150 strade con 330 opere ed artisti Clemens Behr, Herbert Baglione, MOMO, e italiani Hitnes, Alice Pasquini, Sten Lex, Agostino Iacucci, Jerico. Proponiamo qui alcune delle opere di Riva Ostiense e del Gazometro.
francesco latteri scholten.

martedì 12 gennaio 2016

Salvador Dalì e Gilles Deleuze : Alice nel Paese delle meraviglie.


Sono tantissimi e nei più disparati generi artistici - dalla fiction ai cartoons, alla musica, ai videoclips - ad essersi confrontati con la celebre "favola per adulti" di Lewis Carroll. Tra i nomi, due si stagliano alti: quello di Salvador Dalì per l'interpretazione artistica e quello di Gilles Deleuze per l'interpretazione filosofica. "Alice nel Paese delle meraviglie" infatti, probabilmente più di qualsiasi altra opera, si distacca dalla concezione sia ordinaria che accademica di quello che è il Senso, il Significato, la Logica. Quel che è peggio, è che non lo fa da "enfant terrible" con la pretesa di metterli in discussione, bensì senza pretese, anzi senza neppure l'intenzione di volerlo fare, ma semplicemente cercando di creare un mondo a sé ex novo: una favola. Una favola in cui tutto è altro: il divenire che pone la duplicità di Cronos ed Aion, la causalità che subito si rivela doppia, la genesi e la statica, i fantasmi, la sessualità e tant'altro. Salvador Dalì per le sue connaturazioni è stato l'interprete più adeguato per la raffigurazione pittorica dell'opera di Carroll con un lavoro 


forse più facile di quello di Deleuze che invece cerca di confrontarsi ad essa con la Filosofia. Ma, se come qualcuno ha detto, 2000 anni di Filosofia altro non sono che una nota in margine a Platone, allora è con Platone che ci si deve confrontare. Ed il confronto è terrificante perché Alice, forse inconsapevolmente (ed è peggio), fa ciò che aveva già fatto Nietzsche: disvela che il Pensiero, la Logica (e paraltro l'aveva detto anche lo stesso Platone) o fugge o perisce. "Non è forse - osserva Deleuze su Nietsche - secondo altre dimensioni che l'atto di pensare si genera nel pensiero e che il pensatore si genera nella vita? (...) bisogna giungere ad un punto segreto in cui la stessa cosa sia aneddoto della vita ed aforisma del pensiero." (Deleuze, Logica del senso, Feltrinelli). Acutamente Gilles Deleuze osserva come Alice evidenzi che le superfici di per sé siano piatte, monodimensionali, e come il loro senso sia invero conferito dalle profondità di cui esse sono superficie. Ma proprio questa era stata la grande scoperta di Nietzsche, la 


profondità avuta dalla conquista delle superfici: "Quanto profondi erano questi Greci a forza di essere superficiali!" (Nietzsche, contro Wagner). C'è un Quid che si staglia però oltre, oltre le superfici ed oltre le profondità e che si svela con e dopo di esse e che "impone un riordinamento di tutto il pensiero e di tutto ciò che significa pensare: non vi è più profondità né altezza." (Deleuze, op. cit.) . E' ciò a cui ci avvia Alice: l'Evento. L'Evento però è doppio perché compimento e contro compimento, effettuazione e controeffettuazione. Esso è personale ma al tempo stesso comprende le singolarità impersonali e preindividuali. E' azione del singolo, ma sbocco dell'azione storica del collettivo ed è qui utile aver presente il concetto jumghiano di inconscio collettivo... E' il doppio mantello di Antistene o di Diogene. Con Alice si pone il nuovo problema, ch'è quello della Filosofia contemporanea: "Come chiamare la nuova operazione filosofica, in quanto si oppone ad un tempo alla conversione platonica ed alla conversione presocratica?"(Deleuze, op. cit.). E', la domanda di fondo di Alice riformulata in "Logica del Senso".
francesco latteri scholten.

giovedì 7 gennaio 2016

Antonio Presti, Pietro Consagra e "La materia poteva non esserci".


E' stata la prima opera del parco, situata marginalmente al vasto letto del fiume Tusa ad alcune centinaia di metri dalla foce. Imponente, Bella, ispirante alla riflessione con i suoi due elementi, Bianco e Nero, addossati a contrastarsi in sempiterna lotta. Sull'altura che la sovrasta si erge magnifica la Piramide del 38° parallelo. "La materia poteva non esserci" é l'opera probabilmente più "travagliata" della Fiumana d'Arte, il più grande museo a cielo aperto d'Europa. Pietro Consagra, insignito della madeglia d'oro quale Benemerito della Cultura e dell'Arte da Carlo Azeglio Ciampi, membro del "Gruppo Forma 1" (il più importante dell'astrattismo italiano), aveva voluto rappresentarvi la lotta 


tra Luce e Tenebre, Bene e Male. E' forse anche l'opera più aderente al proprio tema, che non solo rappresenta ma che ne è anche la storia della propria realizzazione. Antonio Presti la commissiona nel 1982, a memoria del padre recentemente scomparso, all'allievo di Guttuso che con la propria Arte si prefiggeva di "Esprimere il ritmo drammatico della vita di oggi con elementi plastici che dovrebbero essere la sintesi formale delle azioni dell'uomo a contatto con gli ingranaggi di questa società, dove è necessaria volontà, forza, ottimismo, semplicità, chiarezza". Le Tenebre tuttavia non tardano ad operare prendendo forma concreta proprio in quella Soprintendenza di Messina che invece avrebbe 


dovuto sostenerne la realizzazione. L'accusa è grave: abusivismo edilizio; per chiunque si affacci da qualunque lato da queste parti più che capziosa semplicemente ridicola, discutibilissima è poi l'azione della Soprintendenza se se ne considera "l'abituale inattività per ogni caso ordinario di abusivismo". Ma le tenebre sono forti, superbe, vanagloriose ed orgogliose e così i dibattiti arrivano nelle sedi giudiziarie e persino (ed accesi) in Parlamento. L'opera è inaugurata nel 1986, il 12 ottobre. Per le vicende giudiziarie si dovrà attendere nientemeno che il 1994 e la sentenza della Cassazione con la totale assoluzione. Essa dunque più che rappresentare, "Incarna" pienamente il proprio tema e la concezione artistica di Pietro Consagra...
francesco latteri scholten

sabato 19 dicembre 2015

Bellezza tra mito, storia e realtà.


Gli Déi erano a banchetto sull'Olimpo, quando, sul più bello, sulla loro tavola scivolò un pomo (che sarà ricordato come quello della discordia) sulla tavola con la scritta "alla più bella". Le contendenti, notoriamente, erano tre: Afrodite, per i romani Venere, di cui ricorrevano anche i festeggiamenti con l'onorifico titolo di "Meretrix", nata dalla spuma del mare e la cui bellezza si riferiva direttamente ed esplicitamente alla lussuria; Athena, per i romani Minerva, partorita dal cervello di Zeus (Giove), incarnazione razionale della bellezza; ed infine Giunone, bellezza muliebre. Tre bellezze diverse, o meglio tre diverse angolazioni o parametri con cui guardare alla bellezza. E così è rimasto nel corso dei secoli e dei millenni sino ai nostri giorni. I diversi parametri hanno poi eretto diversi ideali di donna, la cui connotazione si aveva la pretesa di 


imporre alle donne in carne ed ossa. Le più rispondenti ai parametri di volta in volta posti erano poi più celebrate al punto di connotare l'imago femminea del proprio tempo: abbiamo avuto così la Venere di Milo, l'Athena di Fidia, sino alle più recenti e di cui si è perciò potuto conoscere il modello originario in carne e ossa: Marilyn Monroe, Lauren Bacall, Ilona Staller, Moana Pozzi e tante altre. Alle dispute olimpiche fanno da contr'altare su questa terra realtà umane anche psicologiche similmente miserande le quali sono poi quelle che portano all'attuazione concreta delle delibere di guerra degli olimpi: chi conosce - in senso biblico, si capisce - la femmina più femmina è, eo ipso, il maschio più maschio e così Paride rapirà Elena dando inizio 


alla guerra di Ilio ed al complesso psicologico che dalla bella troiana prenderà - con Freud - il nome. Ma, al di là delle tre tipologie viste, esiste un criterio antropologicamente naturale per la bellezza? La risposta è positiva e la sua dimostrazione scientifica è da Freud, anche se la cosa era nota già pure agli antichi, specie ad Aristotele: la Bellezza è Vita nel suo senso più pieno. Dunque la pienezza della maturità e della vigorìa psico fisica ed intellettuale. E' in antitesi ad essa che si pone la bruttezza, sinonimo di morbosità e perciò di limite e negazione della Vita, ovvero morte. Attrazione psichica per la Vita, ripugnanza per la malattia e la morte. I fisici filiformi di tante modelle e 


modelline assai cari a molti stilisti (cosa che la dice lunga sulla loro realtà psicosessuale), appartengono alla morbosità e non alla realtà antropologica di bellezza e non sono naturalmente attraenti per una persona psicosessualmente normale, come pure non lo sono i fisici alla Botero. La Venere di Milo, l'Athena di Fidia, la Monroe, la Bacall, la Staller, la Pozzi ci rientrano però tutte e così torniamo alla disputa antica. E poi, perché Venere Meretrix non deve poter avere un Q.I. da genio ed una cultura altrettale? Gl'esempi reali non mancano - a cominciare proprio dalla Monroe, studiosa di filosofia ed accanita lettrice di Joyce - e la cosa risolverebbe la quaestio.
francesco latteri scholten.

giovedì 17 dicembre 2015

Giuseppe Prinzi e la Scuola artisticoalchimistica di S. Stefano di Camastra.


Classe 1962, Giuseppe Prinzi è uno dei più brillanti figli della piena maturità artistica del Maestro Ciro Michele Esposito, ovvero di colui che ha portato l'Arte e la Ceramica stefanesi all'attenzione delle platee internazionali a partire dagl'anni '50. Le espressioni estetiche e stilistiche affondano perciò le loro radici nei grandi Maestri di Faenza, Domenico Rambelli ed Anselmo Bucci, e l'ispirazione filosofica in Gaetano Ballardini e, soprattutto, Maurizio Korach (che ne è anche il Maestro "tecnico"). L'opera scultorea di Giuseppe Prinzi - e basta un semplice affiancamento visivo - ne è non solo testimonianza palese, ma anche concrezione di una maturità ed autonomia artistica pienamente raggiunte. Estetica e Stile di Esposito, Rambelli e Bucci trovano estrinsecazione in una sintesi 


personalissima, che conserva gl'archetipi alchimistico junghiani eredità di Korach - si vedano il bellissimo "Totem" ma anche "Malinconia", "Afrodite", "Maternità" - per volgersi poi alla Metafisica del Soggetto e della soggettività, che il modo più proprio in cui è possibile definire l'Arte di Giuseppe Prinzi. La ricerca del "Volto" e della sua espressione e, della concrezione in questa degl'archetipi. L'evidenza è data da "Adamo ed Eva", e, quella fatta dall'artista di Mistretta ne è forse la rappresentazione artistica più veritiera: Adamo "vede" attraverso, o meglio, tramite Eva. E' la tipologia psichica ed archetipica dell'amore immaturo, alter ego della dissolvenza di uno dei soggetti nell'altro, immaturo anch'esso, che ne impedisce il conseguimento della piena maturità psichica personale, 


 ovvero la cacciata dal "paradiso". Agli antipodi c'è invece una scultura, "Malinconia" e qui, come già in quella di Duerer, Giuseppe Prinzi riesce a trasmettere quello che Sartre a proposito del primo aveva definito "senso metafisico della finitudine", rovescio della medaglia della piena maturità psichica ed inscindibilmente ad essa legato. La negazione tramite violenza esterna dell'espressione fisica della piena maturità psichica, ovvero della propria bellezza fisica è raffigurata invece mirabilmente nella "Medusa", opera tecnicamente di grande pregio. Ma, tramite Korach, Jung insegna che gl'archetipi fanno parte di un collettivo, sono comuni e così spesso i volti di Prinzi sono contemporaneamente più d'uno si vedano i bellissimi "L'Occhio", "Trinità", ma anche gl'oli su tela "Incubo" e "Rinascimento Siciliano". Insomma, una compiutezza artistica che oggi in piena maturità si ripropone, come già per Rambelli, Bucci ed Esposito ad un pubblico anche internazionale.
francesco latteri scholten

mercoledì 16 dicembre 2015

Ciro Michele Esposito: un Maestro Alchimista a S. Stefano di Camastra (ME). Ristampa.


Sebbene chiunque lo associ alla fondazione dell'arte ceramica in S. Stefano di Camastra ed alla sua scuola, Ciro Michele Esposito era nato a Grottaglie, in Puglia, nel 1912. Ebbi l'onore di incontrarlo qualche tempo prima della sua improvvisa scomparsa nel 1991: in una bella giornata di sole mi fece visitare gl'ateliers di alcuni ceramisti suoi ex allievi, l'Istituto Artistico (oggi Liceo Artistico) a lui intitolato e, soprattutto, mi illustrò diverse sue opere significative ivi esposte. La bellezza e l'amore dello Spirito Creativo, la sua pulsione al continuo superamento di sé, sia estetico che tecnico... la Passione. Eppure in queste opere vi è qualcosa che attira e trascina e che va oltre l'estetica e la tecnica, e, che al tempo stesso è "prima". E' come stessero lì a 



manifestare qualcosa che invero è già in noi quale Archetipo. Ed invero tra gl'Archetipi di Karl Gustav Jung - il più grande alchimista del Novecento - e Ciro Michele Esposito un legame c'è, e segnatamente c'è un luogo, Faenza (capitale italiana dell'arte ceramica e della sua scuola) e due personaggi d'eccezione: l'ungherese di cultura tedesca e di origine ebraica Maurizio Korach e Gaetano Ballardini. Il primo, nato nel 1888, tecnico ceramico ed ingegnere chimico, era giunto a Padova nel 1911 per trasferirsi a Faenza dopo il primo conflitto mondiale. Lì aveva insegnato tecnica ceramica. Ma Korach, allievo di Vincenzo Wartha, era una personalità assai ecclettica, era ad es. anche germanista ed era legato all' Alchimia, da un lato, 



tramite la chimica alla tradizione alchemica "materiale", dall'altro a quella "Spirituale" che aveva all'epoca in Jung il suo rappresentante più illustre. E, proprio ai "Colloqui di Eranos" di Jung, iniziati grazie ad Olga Froebe Kapteyn su ispirazione di Rudolf Otto, capiterà poi di partecipare anche a Maurizio Korach. Ciro Michele Esposito giunge a Faenza diciasettenne, ovvero nel 1929, 4 anni dopo che Korach si è trasferito all'Università di Bologna, quando a Faenza è direttore Gaetano Ballardini che sarà il "Padre per l'ispirazione artistica" (ma anche riferimento "spirituale" ed affettivo) riconosciuto di Ciro Michele Esposito e per il quale quest'ultimo sarà come un figlio. Tuttavia l'influsso di Korach sulla scuola di 



Faenza, sotto diversi e molteplici aspetti, fu notevolissimo come del resto aveva pubblicamente riconosciuto lo stesso Ballardini già nel 1922. Il legame di Ballardini con Korach da un lato e con Esposito dall'altro, porta a conoscenza e vicinanza tra i due. E' il 1938 a segnare le separazioni: Maurizio Korach a seguito delle leggi razziali deve lasciare l'Italia ma vi tornerà clandestinamente tra le fila dei partigiani e partigiano anche lui; Ciro Michele Esposito giunge a S. Stefano di Camastra nei Nebrodi a dirigere la Scuola di Ceramica; Gaetano Ballardini rimane a Faenza. Con Korach, dopo il secondo conflitto mondiale, Ciro Michele si incontrerà proprio a S. Stefano di Camastra, in occasione di un viaggio in Sicilia di Maurizio prima del rientro in Ungheria. I due Maestri, Gaetano Ballardini e Maurizio Korach, plasmeranno in modo indelebile i modelli, le tipologie e l'espressione artistica e la tecnica di Ciro Michele Esposito. La matrice archetipica, a prescindere da genealogie e paternità artistiche, è del resto ben visibile in tantissime opere del Maestro di S. Stefano di Camastra: da "la famiglia", a "bombolo mascherone", a "Le stagioni", "Maternità", "Gatto rosso", "Gallo sole", al bellissimo "Leda col cigno" e tante altre. Tutte ispirano ed attraggono alla trascendenza, ma in tutte è manifestato qualcosa che è già prima...
francesco latteri scholten

Sicilia arte: la Piramide del 38° parallelo di Mauro Staccioli.



Andando da Messina a Palermo, sia in auto che in treno, non si può fare a meno di vederla, sull'altura sovrastante l'antica Halaea, l'attuale Tusa. Per raggiungerla c'è ancora qualche problema di viabilità e la mia vecchia Panda si è mostrata involontariamente il veicolo adatto, ma ne vale abbondantemente la pena. L'orizzonte mozzafiato che si apre nei pressi dell'ultima opera della "Fiumara d'arte" - il più grande museo all'aperto d'Europa - proietta immediatamente nella concezione del suo fondatore, Antonio Presti, della vastità, dell'assonanza imprescindibile di esteriorità ed interiorità, di Arte e Spirito e della loro concrezione spazio temporale: la Piramide - un tetraedro di 30 metri realizzato in acciaio cortex che gli conferisce il caratteristico colore - collocata spazialmente sul 38° parallelo è stata inaugurata anche in un tempo 


specificamente collocato, da sempre, per la storia dell'umanità: il giorno del solstizio d'estate, il 21 giugno, giorno della vittoria della Luce sulle Tenebre. E' una data che si vuole ripristinare con il "Rito della Luce" cui partecipano artisti ed intellettuali e la cui ultima edizione - 2014 - ha contato ben 5.000 partecipanti. Al tempo stesso la si vuole sottolineare lasciando che sia l'unico giorno in cui - sempre dall'alba al tramonto - è possibile visitare l'interno dell'opera di Mauro Staccioli. Arte, ma anche canti, danza, poesia e meditazione Yoga si irradiano così dall'alto della fiumara d'arte di fronte alle isole Eolie ormai da alcuni anni. Il rito celebra Luce e Conoscenza, sempre diverso e sempre eguale... Si ricostruisce così allora anche qui sopra Halaea quello Spazio Sacro in cui può irrompere il Tempo 


Sacro da sempre connotazioni - come già giustamente osservava Eliade in "Sacro e Profano" - della dimensione propria di tutte le spiritualità. Spazio e Tempo che scandiscono l'esistere della natura e dell'umano. In proposito l'affermazione di Presti è assonante: "In una società che ha smarrito ogni senso di dignità e Bellezza voglio restituire un momento di ritualità, che nella sua semplicità sia capace di parlare, non solo ad artisti e intellettuali, ma al cuore della gente. I riti legati al culto del sole, che a livello microcosmico riproducono la struttura dell’intero universo, sono stati praticati dalle antiche popolazioni di qualsiasi latitudine in momenti di grave crisi o grandi carestie; momenti in cui si avverte il bisogno di rigenerare il mondo, avviando un processo di nuova creazione. E mai come in questo momento, credo che il mondo abbia bisogno di una luce rigeneratrice. Se penso poi che ogni nascita, viene definita come venire alla luce, spero che chi è venuto alla Piramide abbia potuto attingere alla forza per una rinascita interiore". Guardandola e guardandosi intorno l'opera di Mauro Staccioli è pienamente riuscita...
francesco latteri scholten.